Regioni 4.0 – Percorso gestionale dello shock cardiogeno, 27 aprile 2026

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Regioni 4.0 – Percorso gestionale dello shock cardiogeno, 27 aprile 2026

Il Dott. Massimo Milli ha aperto l’ultimo incontro via Webinar sul progetto Regioni 4.0 inerente al percorso gestionale dello shock cardiogeno. Vengono riportati i risultati della survey nazionale che ANMCO ha presentato sull’argomento. I dati risultanti hanno mostrato che nella maggior parte dei casi non è definito un centro Hub per lo shock cardiogeno, né un protocollo condiviso per il trasferimento tra Hub e Spoke; il tempo medio per il trasporto è generalmente tra 60 e 120 minuti; la maggior parte dei centri che hanno risposto alla survey dispone di Emodinamica; un centro su tre dispone della Cardiochirurgia. La maggior parte dei centri è, quindi, in grado di posizionare IABP; in molti casi anche Impella. La CRRT e la ventilazione non invasiva sono molto frequentemente disponibili. L’ECMO, invece, è disponibile nel proprio centro di rado (13%). La definizione di shock cardiogeno è spesso clinica. Vengono ricoverati in due mesi una media di 5 pazienti, più raramente tra cinque e dieci. L’eziologia è in primis post-ischemica ed in secundis legata alla riacutizzazione di scompenso cardiaco. La maggior parte dei centri possono eseguire la coronarografia, la RMN miocardica e l’impianto e la gestione dei dispositivi di supporto meccanico.

Spesso i pazienti vengono trasferiti in una Rianimazione generale. Il Dott. Giampaolo Pasquetto, Presidente Regionale ANMCO Veneto, sottolinea che la Regione sta lavorando a un documento per la gestione dello shock cardiogeno tra Hub e Spoke. Nella maggior parte dei casi un centro Hub per lo shock cardiogeno non è formalmente definito, benché, de facto, lo sia. Nella maggior parte dei casi il tempo di trasferimento è inferiore all’ora. Due terzi delle risposte alla survey provengono da centri con Emodinamica, un terzo da centri con Cardiochirurgia. Tutti i centri dispongono di contropulsatore, ventilazione non invasiva ed invasiva. L’ECMO è presente solo nei centri “Superhub” (Padova, Veneto). La maggior parte delle definizioni di s.c. è risultata clinica. La maggior parte degli shock cardiogeno erano relati a causa ischemica e a scompenso acuto su cronico. La maggior parte dei centri è in grado di eseguire la coronarografia, la RMN miocardica, impiantare e gestire i dispositivi di assistenza al circolo. La Dott.ssa Giovanna Geraci presenta i dati della Regione ANMCO Sicilia: come per il Veneto non esiste una formalizzazione ufficiale dei centri Hub-Spoke. Il tempo di trasferimento è variabile a seconda delle caratteristiche orografiche dell’ospedale rispetto al proprio centro Hub. L’Emodinamica è presente in due terzi dei casi; la Cardiochirurgia in due centri. Tutti i centri dispongono di contropulsatore; alcuni di CRRT; di rado dell’ECMO. La maggior parte dei centri è in grado di eseguire la coronarografia, la RMN miocardica e l’impianto dei dispositivi di assistenza al circolo. I farmaci più utilizzati sono dobutamina, noradrenalina, levosimendan. Spesso i pazienti vengono trasferiti in Rianimazione generale. In conclusione, la Dott.ssa Serafina Valente, sottolinea che il Veneto ha una rete per lo shock cardiogeno molto ben organizzata: questo si traduce in tempi di trasferimento veloci, bassa percentuale di pazienti inviata in Rianimazione generale, migliore prognosi. Entrambe le regioni hanno UTIC che hanno la possibilità di gestire la ventilazione non invasiva nel 100% dei casi ed in molti casi anche la ventilazione invasiva.

La maggior parte dei centri utilizza una classificazione clinica dello shock cardiogeno (ipotensione, ipoperfusione, incremento dei lattati): è invece fondamentale “fenotipizzare” lo shock per individuare precocemente il percorso di cura. Il Dott. Massimo Milli conclude ricordando che a breve verrà creato un documento nazionale sulla gestione dello shock cardiogeno anche in un’ottica di ausilio alla stesura dei documenti operativi regionali. Questo aiuterà anche a sensibilizzare il dipartimento d’emergenza-urgenza alla cultura dello shock cardiogeno, come è già successo per lo STEMI e l’ictus.

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