Due ospedali e due realtà: viaggio tra Sud e Centro Italia. Incontro tra Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli e Ospedali Riuniti di Ancona

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Due ospedali e due realtà: viaggio tra Sud e Centro Italia. Incontro tra Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli e Ospedali Riuniti di Ancona

La cardioncologia studia gli effetti delle terapie oncologiche sul cuore, tra prevenzione, diagnosi precoce e gestione multidisciplinare. Una disciplina sempre più centrale per garantire cure efficaci e sicure

Cos’è la Cardioncologia (e perché riguarda sempre più pazienti). Quando il cuore incontra il tumore: effetti delle terapie oncologiche sul sistema cardiovascolare.
La cardioncologia è una branca emergente della cardiologia che si occupa di diagnosticare, prevenire e trattare le complicanze cardiovascolari delle terapie antitumorali. L’aumento dei tumori e la maggiore disponibilità di trattamenti efficaci ma potenzialmente cardiotossici rendono sempre più necessaria una gestione multidisciplinare tra cardiologo e oncologo. La cardiotossicità può manifestarsi in fase acuta o tardiva, con quadri come disfunzione ventricolare sinistra, scompenso cardiaco, aritmie, prolungamento del QT, sindromi coronariche e pericarditi. La prevenzione passa attraverso l’identificazione precoce dei fattori di rischio cardiovascolare. Le antracicline sono tra i farmaci più coinvolti, con tossicità dosedipendente e spesso tardiva, causando disfunzione ventricolare e scompenso. Anche le terapie target, come anticorpi monoclonali e piccole molecole, possono avere effetti cardiotossici: gli antiangiogenetici aumentano il rischio ischemico e trombotico, mentre gli anti- HER2 sono associati a disfunzione ventricolare e QT lungo. L’ambulatorio di cardioncologia segue il paziente lungo tutto il percorso oncologico, dalla valutazione iniziale al followup, con l’obiettivo di prevenire e gestire la cardiotossicità attraverso un approccio integrato tra diverse figure professionali. 

“Abbiamo le stesse armi? …e poi esami avanzati: chi può permetterseli davvero?” Il confronto diretto: differenze nella gestione quotidiana dei pazienti, tra necessità e limiti.
Jacopo: In un IRCCS oncologico come il Pascale, il paziente è seguito in modo completo e multidisciplinare, con un monitoraggio continuo delle terapie cardiotossiche. Tuttavia, alcune indagini di terzo livello (come coronarografia o RM cardiaca) non sono sempre disponibili in sede, rendendo necessario l’invio ad altre strutture e causando possibili ritardi. La sfida resta migliorare l’accesso rapido agli esami avanzati per garantire percorsi più fluidi.
Alice: L’ambulatorio di Cardioncologia degli Ospedali Riuniti di Ancona gestisce circa 1000 accessi annui, seguendo i pazienti lungo tutto il percorso oncologico con controlli programmati. Pur non essendo un centro oncologico, dispone di tutte le principali indagini avanzate, evitando trasferimenti. Il limite principale è l’accesso non sempre rapido e le iniziali difficoltà culturali con cardiologi e oncologi, oggi superate grazie a una collaborazione sempre più integrata, centrata sul paziente e sulla qualità di vita. 

Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA): una bussola che non tutti hanno. Quando il percorso manca: cosa succede al paziente?
I PDTA sono, in modo semplice, una “strada già tracciata” che guida il paziente nel sistema sanitario: definiscono chi lo segue, quali esami fare, in che ordine e dove viene curato. Non sono solo linee guida, ma percorsi concreti che organizzano tutta la presa in carico. La loro importanza è fondamentale: quando ben strutturati, garantiscono un’assistenza coordinata tra specialisti, riducono tempi ed errori ed evitano esami inutili. Il paziente non è più lasciato solo, ma accompagnato lungo tutto il percorso di cura, con trattamenti più appropriati e tempestivi. Tuttavia, non sono diffusi in modo uniforme: esistono differenze regionali e, dove mancano o sono poco applicati, il rischio è una gestione meno coordinata e più frammentata del paziente.
Jacopo: La Campania rappresenta un esempio di evoluzione organizzativa grazie alla Rete Oncologica Campana, basata sui PDTA, che oggi guidano in modo strutturato la presa in carico dei pazienti oncologici. I percorsi definiscono chiaramente strutture, professionisti e fasi della cura, con un forte approccio multidisciplinare e il supporto di figure come il case manager. Un ulteriore passo avanti è la rete cardio-oncologica del Pascale, che integra competenze cardiologiche e oncologiche. Fondamentali sono i Gruppi Oncologici Multidisciplinari (GOM), dove l’inserimento del cardiologo migliora sicurezza e qualità delle cure. In assenza di PDTA, invece, il percorso si frammenta, con ritardi, minore coordinamento e maggior rischio di disomogeneità assistenziale.
Alice: Nella nostra Azienda Ospedaliera sono presenti alcuni PDTA per specifiche patologie oncologiche ed ematologiche, che migliorano la presa in carico e la qualità del rapporto medicopaziente. Pur non essendo numerosi, la collaborazione tra specialisti, la comunicazione efficace e la disponibilità dei colleghi consentono comunque una gestione coordinata dei pazienti. Le valutazioni multidisciplinari sono ormai ben integrate e permettono di affrontare con successo anche i casi più complessi, riducendo di fatto la frammentazione del sistema.

Pazienti tra salute e portafoglio. Costi nascosti della malattia. Disuguaglianze sociali: chi rinuncia ai controlli. Storie dalla pratica clinica.
Jacopo: Accanto alla gestione clinica, esistono costi indiretti e difficoltà organizzative che incidono sul percorso di cura: spostamenti, giornate di lavoro perse e necessità di assistenza. Inoltre, per esami complessi i tempi di attesa possono essere lunghi, portando alcuni pazienti a valutare il ricorso al privato. Nella pratica, il medico deve spesso bilanciare ciò che sarebbe ideale con ciò che è realmente accessibile. Migliorare organizzazione e tempi significa rendere le cure più uniformi e accessibili per tutti.
Alice: Nella sanità pubblica, le disuguaglianze sono meno evidenti, soprattutto per il paziente oncologico che ha accesso gratuito alle cure. I pazienti vengono seguiti indistintamente, ma ciò che può fare la differenza è la consapevolezza della malattia e l’aderenza alle terapie, soprattutto cardiologiche. Il dialogo e l’educazione del paziente sono fondamentali per favorire l’accettazione delle cure e migliorare il percorso cardioncologico, indipendentemente dal contesto sociale.

Tecnologia: soluzione o nuovo divario? Telemedicina e innovazione digitale. Opportunità per accorciare le distanze.
Jacopo: All’Istituto Pascale la telemedicina non è ancora strutturata, ma c’è un crescente interesse verso il suo sviluppo, soprattutto per i pazienti cardio-oncologici più fragili. L’obiettivo è introdurre visite a distanza e monitoraggi continui per individuare precocemente segni di sospetta cardiotossicità, migliorando la tempestività degli interventi e riducendo gli spostamenti. Resta però essenziale che questi strumenti siano accessibili a tutti, senza creare nuove disuguaglianze.
Alice: nella nostra realtà utilizziamo la telemedicina non tanto in termini di televisita quanto piuttosto di telemonitoraggio del paziente e telefarmacia. Viene gestito da noi cardioncologi tramite un’apposita casella di posta elettronica, alla quale ci vengono inviati referti di ogni tipo (analisi cliniche, monitoraggi pressori/elettrocardiografici, visite specialistiche, cambi terapia) e tramite la quale è possibile fornire un supporto continuativo ai pazienti senza necessità di continui accessi in presenza. Non frequentemente utilizziamo anche il teleconsulto che ci permette di collaborare tra colleghi per discutere casi clinici a distanza quando si tratta per esempio di pazienti seguiti da reparti oncologici o ematologici sul territorio regionale. 

Cosa si può fare. Idee concrete dai due ospedali. L’importanza di PDTA condivisi e reti tra centri. Come rendere la cardioncologia più equa.
I PDTA definiscono le migliori pratiche cliniche e organizzative, garantendo continuità e appropriatezza delle cure con il paziente al centro. La condivisione tra regioni è fondamentale per ridurre le disuguaglianze e uniformare gli standard di trattamento su tutto il territorio nazionale. Tuttavia, persistono differenze regionali che favoriscono la mobilità sanitaria e aumentano i costi per i pazienti. La sfida è creare percorsi comuni e armonizzati, supportati anche dalla digitalizzazione e dal ruolo di istituzioni centrali, per assicurare un accesso equo alle cure. In questo contesto, collaborazioni tra ospedali rappresentano esempi concreti per costruire percorsi condivisi, migliorare l’uniformità dell’assistenza e garantire a tutti i pazienti lo stesso livello di cura. 

Quale cambiamento è più urgente? Chi rischia davvero di rimanere indietro?
La priorità oggi non è tanto introdurre nuove tecnologie, quanto garantire percorsi di cura accessibili e uniformi su tutto il territorio. Ogni paziente dovrebbe poter ricevere gli stessi standard assistenziali, nei tempi adeguati, indipendentemente dalla regione di residenza. Questo è particolarmente rilevante in cardioncologia, disciplina altamente specialistica che richiede una stretta integrazione tra cardiologi e oncologi e competenze non sempre distribuite in modo omogeneo. Il rischio di restare indietro riguarda soprattutto i pazienti più fragili – anziani, persone con minori risorse o difficoltà logistiche, e chi vive lontano dai centri più esperti. Per questo è fondamentale rafforzare le reti tra ospedali e la condivisione delle competenze, così da garantire a tutti lo stesso livello di cura.

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