Era una mattina di gennaio. Il Prof. Gensini mi aspettava davanti all’ingresso del padiglione B del mio ospedale, il S. Filippo Neri di Roma. Il traffico capriccioso e imprevedibile della Capitale mi aveva tenuto in ostaggio per circa due ore. Ero in clamoroso ritardo. Avevo vissuto la piccola odissea mattutina dei giorni di pioggia, che gli abitanti di Roma conoscono molto bene. Ero molto preoccupato e mi ripetevo improbabili formule di scuse: “sono costernato”, “il traffico…”, “la polizia municipale”, “la via Trionfale bloccata…”, “la pioggia…”. Poi lo vidi. Era in piedi davanti all’ingresso. Pioveva. Non aveva l’ombrello e non cercava riparo sotto la malconcia tettoia del padiglione. Mi vide. Mi venne incontro con passo deciso, mi strinse la mano.
Con un gesto, mi impedì di scusarmi e disse con tono di urgenza: “Andiamo. Dobbiamo parlare. Ci sono molte cose da decidere. Subito”. Il resto della mattina lo trascorremmo nel mio studio. Condivise con me le sue idee straordinarie sul presente e sul futuro della Medicina e della Cardiologia. Molte delle cose che mi disse in quella mattinata di cinque anni fa oggi sono una realtà. Gianfranco Gensini era un uomo generoso. Ogni incontro con lui era accompagnato da un piccolo regalo, un gesto di attenzione. Era soprattutto, come il mio Maestro Massimo Santini, una figura di visionario pragmatico: percepiva il cambiamento nell’aria e aveva sempre il coraggio di seguire le sue intuizioni per costruire cose nuove. Soprattutto, devo dirlo, come Attilio Maseri prima di lui, ci aveva scelto. Aveva scelto la Cardiologia Ospedaliera. Voleva stare con noi, accompagnarsi a noi lungo la strada. Cambiare le cose con noi. Quando eravamo insieme, amava ripetere: “Senza il cardiologo l’ospedale non esiste. Il cardiologo è il baricentro della struttura”. Confrontarsi con lui regalava la sensazione di essere un privilegiato: di avere improvvisamente, e senza alcun merito, accesso a informazioni, dettagli, conoscenze nascoste nelle pieghe del futuro. Un futuro che non doveva mai spaventare, un futuro che poteva portare molte cose buone per tutti. A Rimini, dopo la mia prima Assemblea Congressuale dei Soci da Presidente ANMCO, lo vidi avvicinarsi, primo tra tutti. Mi strinse la mano e sorrise. “Bel discorso” disse, “forse un poco duro; ma va bene così”. Poi, trattenendo la mano, aggiunse: “C’è ancora tanto da fare e possiamo veramente costruire qualcosa di buono”. Trasmetteva sempre forza e determinazione, e io lo ricorderò così: con la sua capacità di guardare avanti, di non avere paura del futuro e di costruire, ogni giorno, qualcosa di buono per tutti.♥
