I nostri tre amici con il loro secondo, gradito, contributo entrano nel vivo delle loro passioni raccontandoci della musica del cuore, emessa spontaneamente per la sua funzione d’organo, oppure riprodotta, strumentalmente simulata, o reattiva, in seguito a particolari coinvolgimenti emotivi. Ricordi, un filo di nostalgia, alcuni consigli di “good practice” e soprattutto, di buona musica.
Giuseppe Di Tano
Riflessioni musicali a partire dalla auscultazione cardiaca
L’auscultazione, l’ascolto, le emozioni
Riflessioni semiserie sulla musica del cuore di due cardiologi e un paziente.
L’auscultazione
Era il 1967 e un cantante di nome “Tonino”, Little Tony per gli anglofoni, portava al successo una canzone intitolata “Cuore matto”. Look alla Elvis e sound alla Otis Redding, in salsa latina, “de noantri”. A quell’epoca io inseguivo goffamente un pallone da calcio, nel campetto sportivo dell’oratorio Sant’Arialdo in Milano, adiacente all’ospedale che sarebbe poi diventato il “Centro Cardiologico Monzino”.
Dopo la storia di una amicizia tra cardiologo e paziente, nata in una corsia di ospedale e consolidata dall’interesse per la musica, raccontiamo del cuore, organo sonoro generatore di emozioni e passioni musicali
Ma tornando al nostro “Tonino” e alla sua “Cuore matto” possiamo dire che l’intro della canzone ti cattura immediatamente. Ritmici colpi di basso che segnano il tempo: il silenzio ancestrale interrotto e demarcato da vitali vibrazioni sonore. Il battito cardiaco, la vita tra un silenzio e l’altro. Diventato in seguito professionista del cuor, ho ascoltato, o meglio “auscultato”, migliaia di cuori. Con un calcolo per difetto, si potrebbero considerare 10 cuori al giorno, che per 5 giorni alla settimana fanno 200 al mese, cioè duemilaquattrocento all’anno, che solo per i primi trent’anni farebbe settantaduemila auscultazioni! Uno stadio di calcio, traboccante di cuori felici, tristi, giovani, vecchi, sani e ammalati. Come fare senza annoiarsi? Ce lo suggerisce Jovanotti: «Avere il tempo da poter organizzare, sì da organizzare, da dividere in bassi, cassa, rullante… La chiave per capire questo genere di suono, che a molte orecchie può sembrare frastuono, liberare la tua parte migliore, chiudere gli occhi, aprire bene il cuore, che non c’è musica che vale di più di quella musica che vuoi sentire tu». E come cantavano nel 1966 i Giganti, dopo Roberto, ecco ora il “Tema” di Marco, altro cardiologo, anche lui con il suo bel fonendoscopio.
L’ascolto
“F-FOU’-TA-TTA’-R-ROU’” era il verso onomatopeico che il Professor Luigi Croce, mio maestro di Semeiotica Cardiologica, a metà degli anni ’80 insegnava a noi “cuccioli di cardiologo”, come amava chiamarci. Allo stesso modo il Professor Rugarli utilizzava la parola “tennessee” per simulare il soffio dell’insufficienza valvolare e la parola “kentucky” per simulare la stenosi, durante le lezioni di Clinica Medica alla Facoltà di Medicina di Milano. Da allora sono passati 40 anni e di soffi e schiocchi ne ho sentiti davvero tanti. Soffi rudi in “crescendo-decrescendo”, click mesosistolici, terzo e quarto tono, che aggiunti a quelli fisiologici producono il classico ritmo di galoppo (TA-TA-TA’) o ritmo di treno (TA-TA’-TA-TA’). Oggi un ecocardiogramma permette una valutazione rapida e molto precisa delle patologie cardiache, ma io non dimentico quanto possa essere emozionante appoggiare membrana e campana del “fonendo” sul petto di un paziente e auscultare il suo cuore.
«Mai appoggiare il fonendoscopio sul petto di un paziente senza aver prima ascoltato ciò che desidera raccontarci»
Questo atto non può e non deve essere considerato semplicemente come un gesto tecnico, il valore è molto più ampio, perché in quel momento di silenzio e concentrazione, ci sono solo medico e paziente, congiunti dall’auscultazione del cuore. È un momento che crea empatia e fiducia e la persona visitata si affida interamente a noi. «Mai appoggiare il fonendoscopio sul petto di un paziente senza aver prima ascoltato ciò che desidera raccontarci», insegnava ai suoi studenti il Professor Eugene Braunwald, maestro della cardiologia mondiale negli anni ’80 e ’90. Ascoltare e poi auscultare. Conclude il “Tema” Sandro, paziente e grande amico, (del resto “Napule è” …).
Le emozioni
Siamo alle porte del 2000: l’attesa del nuovo millennio ci trascina in un vortice di dubbi, interrogativi e timori. Tra mille impegni di lavoro e famiglia, cerco rifugio in un negozio di dischi e torno a casa con l’ultimo album dei Massive Attack. Dopo qualche minuto di ascolto, un ritmo familiare, un battito cardiaco, leggo il titolo della canzone “Teardrop”. L’incedere lento e la voce angelica di Elisabeth Fraser si insinuano prima sottopelle e poi mi avvolgono in qualcosa di indefinibile, un misto di tranquillità e inquietudine, gioia e malinconia. Il mistero della musica finalmente si svela: è quella emozione che non sai descrivere ma che cercavi e che ti culla per il breve tempo che il brano dura. Del resto cosa sono le emozioni se non reazioni psico fisiche in risposta a stimoli di diversa natura? E quale stimolo esterno può essere altrettanto efficace di qualcosa di così ancestrale come la musica, che ha accompagnato e scandito i ritmi vitali degli uomini dall’alba dei tempi? Ascoltare un requiem di Mozart provoca ancora oggi commozione, un concerto brandeburghese di Bach ti conduce nella magnificenza delle corti seicentesche, una antica canzone d’amore napoletana ancora strugge. Le canzoni che simulano o addirittura contengono un battito cardiaco generano in me emozioni potenti, mi costringono a guardarmi dentro, mettendo in connessione corpo e anima. Un cuore che batte all’interno di un brano musicale sembra che mi stia dicendo: “il cuore sei tu e come vedi sei parte di questa magia!”, amplificando l’emozione che già stai provando. Non è un caso, secondo me, che l’album che forse più di ogni altro stimola l’immaginario collettivo di tutti i musicofili, The dark side of the moon, dei Pink Floyd, cominci proprio con un cuore che batte. Centinaia sono gli esempi che potremmo fare e che attraversano tutti i generi musicali. Mi limito qui a segnalare che anche Michael Jackson, il Re del Pop, ha inserito in un suo pezzo un cuore che batte (Smooth criminal), così come hanno fatto addirittura gruppi metal come i Nightwish (How’s the heart), a dimostrazione che il battito cardiaco, come elemento primordiale, va oltre il genere musicale, l’epoca o la cultura. È l’elemento che il nostro “io” riconosce e che ci riconnette a noi stessi ed alle nostre necessità biologiche ed emotive, permettendoci di continuare a “pulsare”. Cardiofonìa, la voce del cuore: siamo partiti da questo neologismo, per approdare alla musica del cuore, da auscultare in modo professionale, da ascoltare per superare la soglia della professionalità, per approdare infine alle emozioni musicali, quelle che toccano i nostri cuori. E allora… Buona cardiofonìa a tutti e buon ascolto! ♥

