Il cuore nel clima che cambia: caldo estremo e rischio cardiovascolare in Italia

HomeDalle Aree

Il cuore nel clima che cambia: caldo estremo e rischio cardiovascolare in Italia

“Evolution in Heart Failure”: i trial più significativi da Barcellona 2026

Un rischio cardiovascolare sempre meno “stagionale”
Il cambiamento climatico non è soltanto una questione ambientale: è sempre più un determinante di salute cardiovascolare. L’Italia è particolarmente esposta. Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, il 2024 è stato l’anno più caldo della serie nazionale iniziata nel 1961, con una temperatura media di 1,33 °C superiore al riferimento 1991- 2020; nel periodo 1981-2024 l’aumento della temperatura media è stato di circa 0,42 °C per decennio (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, Il clima in Italia nel 2024, Report Ambientali numero 44/2025). Anche il 2025 ha confermato temperature superiori alla norma, con un’anomalia della temperatura media annuale di +1,03 °C rispetto al riferimento 1991-2020 (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, Il clima in Italia nel 2025, Report Ambientali numero 48/2026). Nell’estate 2022 sono stati stimati 61.672 decessi correlati al caldo in Europa; l’Italia, con 18.010 decessi, ha registrato il numero e il tasso di mortalità più elevati tra i Paesi analizzati (Ballester et al., Nature Medicine, 2023). Si tratta di mortalità complessiva attribuibile al caldo, non esclusivamente cardiovascolare, ma le patologie cardio- e cerebrovascolari rappresentano un importante determinante di vulnerabilità. Una meta-analisi di 266 studi ha mostrato che un aumento di 1 °C della temperatura nell’intervallo di esposizione al caldo si associa, in media, a un incremento del 2,1% della mortalità cardiovascolare (Liu et al., The Lancet Planetary Health, 2022).

Perché il caldo mette sotto stress il cuore
Per disperdere calore l’organismo aumenta il flusso di sangue alla cute attraverso la vasodilatazione e attiva la sudorazione. Queste risposte comportano una riduzione delle resistenze periferiche e del volume plasmatico. Il sistema cardiovascolare compensa aumentando frequenza cardiaca, contrattilità e portata cardiaca, con conseguente incremento del consumo miocardico di ossigeno.

Nel paziente anziano o con cardiopatia ischemica, scompenso cardiaco o ridotta riserva cardiovascolare, questo compenso può diventare insufficiente.

Disidratazione e perdita di elettroliti possono favorire ipotensione, sincope, peggioramento della funzione renale e aritmie; l’aumento del lavoro cardiaco può facilitare ischemia miocardica, mentre emoconcentrazione, disfunzione endoteliale e attivazione infiammatoria contribuiscono a un ambiente pro-trombotico. Le conseguenze cliniche comprendono quindi un aumento del rischio di infarto miocardico, ictus, scompenso cardiaco, aritmie e morte improvvisa (Figura 1).

Figura 1 - Caldo estremo e rischio cardiovascolare

Chi è più vulnerabile
Il rischio non è distribuito in modo uniforme. Sono particolarmente vulnerabili gli anziani, soprattutto se fragili o soli, e i pazienti con scompenso cardiaco, cardiopatia ischemica, ipertensione, aritmie, diabete o malattia renale cronica.

Contano anche i determinanti sociali e ambientali: abitazioni scarsamente ventilate, assenza di sistemi di raffrescamento, isolamento sociale e lavoro fisico all’aperto possono amplificare l’esposizione.

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la terapia. Diuretici e altri farmaci cardiovascolari possono favorire deplezione di volume o ipotensione; alcuni trattamenti possono interferire con i normali meccanismi di adattamento al caldo.

Questo non significa sospendere o ridurre autonomamente i farmaci.

Nelle persone più fragili le ondate di calore dovrebbero piuttosto diventare un’occasione per rivalutare pressione arteriosa, idratazione, peso, funzione renale ed elettroliti e, quando necessario, modulare la terapia sotto controllo medico.

Dalla prevenzione individuale all’organizzazione sanitaria
Il caldo estremo dovrebbe entrare nella pratica clinica come un fattore di rischio prevedibile. Nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare potrebbe essere utile eseguire prima dell’estate un breve “heat-risk assessment”: definire chi necessita di monitoraggio più stretto, verificare la capacità di mantenere un’adeguata idratazione, spiegare quali sintomi richiedano un contatto precoce con il medico e identificare eventuali condizioni sociali che rendano difficile proteggersi dal caldo. Nei pazienti con scompenso, le indicazioni sull’assunzione di liquidi devono essere personalizzate in base allo stato congestizio, alla funzione renale e anche alle temperature e all’esposizione al caldo previsti.

Anche l’organizzazione sanitaria può adattarsi. Il Piano nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo utilizza sistemi di allarme cittàspecifici capaci di prevedere fino a 72 ore prima condizioni meteorologiche associate a rischio per la salute; nei periodi di maggiore criticità è previsto il potenziamento dei percorsi assistenziali, incluso il “codice calore” nei Pronto Soccorso (Ministero della Salute, Piano nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute, 2026). Questi strumenti possono essere ancora più efficaci se collegati a percorsi proattivi di medicina generale, assistenza domiciliare e ambulatori dedicati ai pazienti cronici. È importante sottolineare come l’impatto delle ondate di calore non debba essere letto in chiave fatalistica: nelle città incluse nel Piano nazionale, dopo l’eccesso di mortalità estiva del 15% osservato nel 2022, la mortalità è risultata pari all’atteso nel 2023, superiore all’atteso del 2% nel 2024 e inferiore all’atteso del 4% nel 2025 (Ministero della Salute e Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio, Risultati dei sistemi di allarme e del sistema di sorveglianza della mortalità giornaliera e degli accessi in pronto soccorso – Sintesi dei risultati estate 2025). Sistemi di allerta, informazione, accesso al raffrescamento e identificazione precoce dei soggetti fragili possono quindi contribuire a ridurre l’impatto sanitario delle ondate di calore.

La cardiologia nell’era del cambiamento climatico
La risposta deve muoversi su due livelli. Da un lato, la mitigazione del cambiamento climatico resta essenziale per limitare l’aumento futuro delle temperature.

Dall’altro, l’adattamento sanitario è già oggi parte della prevenzione cardiovascolare. Per il cardiologo significa considerare temperatura ed esposizione ambientale tra i fattori che possono destabilizzare un paziente, integrare la prevenzione stagionale nel follow-up e collaborare con medicina territoriale e sanità pubblica. Il caldo non è più soltanto una variabile meteorologica: in un Paese che invecchia e si riscalda rapidamente, è un vero stress test cardiovascolare a livello di popolazione. Riconoscerlo permette di trasformare un rischio crescente in una nuova opportunità di prevenzione.♥

Autori