In un mondo tecnologico la parola è ancora una cura?

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In un mondo tecnologico la parola è ancora una cura?

Chissà cosa penserebbe, oggi, Leonardo Sciascia dell’intelligenza artificiale? E quale sarebbe il pensiero di Italo Calvino, a tale proposito? E perché non ricordare il surrealismo di Primo Levi, col suo “Scacco al tempo”, oppure le riflessioni sulle due culture tanto care a Umberto Eco? Faccio un po’ d’ordine. Ho citato quattro tra i tanti illustri scrittori (gente dal pensiero fine e con la penna ben salda nella mano) che hanno affrontato il dibattito tra scienza e umanesimo, chi augurandosi un sereno cammino dell’una a fianco dell’altro (Calvino) e chi, al contrario, identificando nei ‘progressi’ della scienza il male assoluto da sconfiggere (Sciascia). Un’immagine suggestiva, nel raffronto tra le due culture, la offre Calvino, quando contrappone l’esplosione nucleare, il terribile segno della cecità estrema dello sviluppo della scienza, all’implosione dei buchi neri, dove la scienza offre un’immagine opposta, simbolica, anch’essa estrema, di una concentrazione delle facoltà dell’uomo, un “assorbimento di forza” dove la scienza funge da stimolo al pensiero, ‘un crollo all’interno’ che dà nuova vita alla riflessione, capace, a detta di alcuni, di lenire il ricordo del dramma delle bombe esplose a Hiroshima e Nagasaki. Sul versante opposto, Sciascia rappresenta nel suo “La scomparsa di Majorana” – scritto “contro Fermi e gli scienziati come lui” – il rifiuto morale dello scienziato che intravede lo spaventoso sviluppo del proprio lavoro, al punto che l’uomo, Ettore Majorana, rinnega se stesso per non sentirsi colpevole di una futura catastrofe, e decide di scomparire nel nulla, in un viaggio notturno di un traghetto che lo porta da Palermo verso Napoli.

Nel pensiero di Sciascia, nel racconto della scomparsa del giovane e geniale fisico del gruppo dei ragazzi di via Panisperna, scienza e coscienza confliggono, e l’una, la coscienza, sarà destinata a cedere all’altra, la scienza. Così avverrà anche con l’intelligenza artificiale? Umberto Eco, non certo animato dal pessimismo dello scrittore di Racalmuto (o dal suo estremo realismo?), riconosce alla letteratura (la parola) il compito di affrontarlo, il problema delle culture che si scontrano – il problema esiste, eccome –, augurandosi che lo scontro si attui, e rimanga, sul terreno dell’umano, senza che l’una, la scienza, abbia il sopravvento sull’altra, il pensiero; anzi, dove l’una funga da stimolo all’altra, dove la scienza sia forma di pensiero e non tecnica distruttiva. Insomma, a differenza di Sciascia, lo scrittore di Alessandria si augura che non ci sia uno conflitto tra le culture, ma si costruiscano ponti che ragionevolmente le tengano unite tra di loro. A proposito del buon uso di quanto il progresso viene a offrirci, come non ricordare la Populorum progressio di Giovanni Battista Montini (1967), e le sue parole profetiche: “Economia e tecnica non hanno senso che in rapport all’uomo ch’esse devono servire. E l’uomo non è veramente uomo che nella misura in cui, padrone delle proprie azioni e giudice del loro valore, diventa egli stesso autore del proprio progresso”. Essere padrone delle proprie azioni significa non lasciarsi assorbire dal pensiero comune, non cedere all’attrazione della massa, che a dirla con Mons. Ravasi, significa essere “risucchiati dagli stereotipi, dalle mode, dagli eccessi, divenendo replicanti senza personalità” (Domenicale del 24 ore, 26 ottobre 2025). Lo stesso Ravasi ricorre a un pensiero di Simone Weil, che ribalta la lettura del rischio di divenire risucchiati dalla massa, descrivendo come sia facile correre volontariamente in quel buco nero della massa ed esservi felicemente omologati, “lieti di ripetere i movimenti e i motti ormai dominanti e spesso gestiti da potenti agenzie politiche, economiche e sociali.” Non stendiamoci sotto lo schiacciasassi del pensiero di massa, esorta Ravasi – così come faceva Eco – annullando la nostra identità, soddisfatti di essere “spianati”, ma diamoci il tempo, scienziati o umanisti che si sia, per imparare a leggere gli uni degli altri: gli scienziati ‘si umanizzino’, e gli umanisti non si rivolgano alla scienza con la distrazione sinora mostrata. E l’intelligenza, per quanto l’artificiale sembri farla in barba alla naturale, – è però stata quest’ultima, è bene ricordarlo, ad aver prodotto la prima – rispetti l’origine del lemma che la denomina, quel intelligere che sprona a leggere tra le righe, a comprendere come stiano le cose e soprattutto quale strada stiano per imboccare, queste benedette cose.

In un mondo tecnologico, la parola è ancora una cura? Mi è capitato spesso di raccomandare la lettura dei racconti di Primo Levi, e tra questi “Scacco al tempo”, dove il protagonista godeva del Paracrono, una fantasiosa invenzione capace di “allungare a piacere il tempo delle esperienze gradite, e abbreviare la durata delle esperienze dolorose o fastidiose.” Ebbene, le due culture ci invitano proprio a far questo, a darci il tempo – a imporci il tempo –, di conoscere l’una senza dimenticare l’altra, ad affidarci alla scienza senza dimenticare l’eloquenza, che è arte sopraffina, che dà vita e voce al dialogo, alla consapevolezza da parte del medico di quali siano le offerte della tecnica e cosa significhi usarle con criterio, e da parte del paziente il desiderio di conoscere cosa sia la malattia e quale il senso di ciò che gli viene proposto di fare. Si metta una mano sul tempo, quindi, non per dormirci sopra, ma per il piacere di riflettere, lasciando che il pensiero, che è vanitoso, si specchi tra le sinapsi per distinguere il buono dal cattivo, il giusto dallo sbagliato, il meglio dell’artificiale dal peggio del naturale. La parola è ancora una cura, dunque? “Dar voce” è una locuzione spesso disattesa, la voce viene negata ai più deboli, agli esclusi, a chi soffre: “Soffrire in silenzio” ha addirittura un’accezione positiva, quasi fosse un merito, un segno di forza laddove la forza non c’è più o serve ad altro. “Il dolore che non parla,” scrive Shakespeare, nel Macbeth (Atto IV, Scena III), “bisbiglia al cuore oppresso e gli ordina di spezzarsi.” Il dolore va riconosciuto, gli va data voce, così come la voce, che è cura, viene richiesta al medico, come reclama Beatrice che, scesa dal Paradiso, si rivolge a Virgilio, al ‘dottore’ che accompagna Dante:

“Or movi, e con la tua parola ornata e con ciò c’ha mestieri al suo campare l’aiuta, sì ch’i’ ne sia consolata”.

Il medico, con la sua parola ornata, e con ciò c’ha mestieri al suo campare (la scienza)”, deve scendere in campo, contro un nemico, la malattia, che ha scelto di combattere, e che il paziente s’è trovato di fronte all’improvviso: la parola ornata, a dirla con gli esegeti della Commedia, è fatta di doctrina et eloquentia, la conoscenza di un mestiere e la capacità di esprimerlo, di narrarlo, nell’alleanza che si è sancita col paziente, nella guerra – questa sì, sacrosanta – contro un nemico comune, la malattia. Sempre loro, gli esegeti della Commedia (Cristoforo Landino, 1481), ricordano come già Cicerone si lamentasse “di chi le due cose congiunte hanno diviso; et alchuni si sono dati solamente alla eloquentia, la quale sanza sapientia et doctrina è chosa furiosa et nociva a gli huomini; et alchuni solamente alla sapientia, la quale per sé poco può giovare non potendo persuadere quello che intende”. Tutto è già scritto, come negarlo? Un famoso scrittore e medico, Anton Pavlovič Čechov, riferiva che la conoscenza del metodo scientifico l’aveva sempre tenuto all’erta, sforzandosi di attenersi sempre ai dati scientifici e “dove non è stato possibile, ho preferito non scrivere affatto.” Aggiungeva di non appartenere ai letterati che hanno verso la scienza un atteggiamento negativo, “né vorrei far parte di coloro che vengono a capo di tutto con l’unico ausilio della loro testa.” Nell’era dell’intelligenza artificiale, pertanto, si ascoltino i pensieri di chi con la parola – e con la scrittura che la custodisce – ha avuto grande confidenza, e non si cada nel tranello che l’una, soprattutto la scienza, sia destinata a cancellare l’altra, la parola. La scienza fa parte della cultura, al cui interno lo sviluppo di una parte, umanistica o scientifica, non deve togliere all’altra il desiderio di conoscerla e la capacità di interpretarla, ottenendo così il meglio che il pensiero dell’uomo viene a offrirci.

Claudio Cuccia, già Responsabile dell’Unità di Terapia Intensiva Cardiologica degli Spedali Civili di Brescia, Direttore del Dipartimento Cardiovascolare della Fondazione Poliambulanza di Brescia e Presidente del Gruppo di studio nazionale ATBV (Aterosclerosi, Trombosi e Biologia Vascolare).

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