Serafina Valente ripercorre una vita dedicata all’UTIC, ai pazienti e ad ANMCO
Prof.ssa Valente buongiorno, è un piacere poter fare questa chiacchierata con lei che indubbiamente rappresenta un punto di riferimento per la comunità cardiologica italiana. Mi piacerebbe, se è d’accordo, partire dalle origini della sua splendida carriera. Vorrebbe raccontarci come è avvenuta la sua formazione: quando e perché ha deciso che sarebbe diventata una cardiologa?
Ho sempre saputo che avrei fatto il medico, fin da piccolissima, avevo questo desiderio che non è mai cambiato nel corso del tempo. Nonostante la mia famiglia non fosse proprio d’accordo, io sono andata avanti, dritta verso il mio obiettivo. Può sembrare strano ma mi è sempre interessato occuparmi delle malattie, mi piaceva stare in ospedale. Tutte le cose che fanno parte della nostra professione per me erano naturali e interessanti.
Sicuramente il campo dove si è concentrata maggiormente la sua attenzione è stato quello della terapia intensiva e la gestione del paziente critico. Da dove nasce questo amore?
Sicuramente la scintilla è scoccata durante la preparazione dell’esame di fisiologia: il sistema cardiocircolatorio, era davvero quello che mi interessava di più e non so esattamente perché era anche quello che riuscivo a comprendere meglio. Poi durante il mio quarto anno di Medicina a Padova ho iniziato a seguire le lezioni del Professor Della Volta che erano davvero affascinanti e da lì mi sono affacciata al reparto di cardiologia per la prima volta. Per quanto riguarda la terapia intensiva cardiologica io credo di essere capitata davvero in un momento favorevole: a metà degli anni ‘80 il direttore dell’UTIC di Padova era il bravissimo Dott. Francesco Maddalena che già da quei tempi aveva creato quella che adesso potremmo definire una UTIC di III livello, dove venivano ricoverati pazienti intubati o con assistenze ventricolari. Erano anni di grosso fermento, proprio in quegli anni il Professor Gallucci si preparava ad eseguire il primo trapianto di cuore quindi inutile dire che avevamo tanti pazienti con scompenso cardiaco avanzato in valutazione per trapianto cardiaco. Io ero solo una specializzanda, quindi l’ultima ruota del carro, ma respiravo comunque un clima estremamente vivace caratterizzato dalla massima cura per i pazienti e dalla grande voglia di innovazione. Da lì sono sempre andata avanti con questa idea che avrei fatto l’intensivista, che avrei lavorato in UTIC.
Lei ha sicuramente visto la cardiologia mutare profondamente in questi anni sia per gli avanzamenti terapeutici e sia per le variazioni della società in cui viviamo. In cosa siamo secondo lei migliorati e in cosa invece siamo peggiorati?
Beh io direi che poche branche della medicina hanno subito delle trasformazioni così importanti come la cardiologia: pensiamo a tutto ciò che è stato fatto nella cardiologia interventistica e nella elettrofisiologia. L’evoluzione tecnologica e la disponibilità di terapie innovative ci hanno permesso di fare diagnosi più accurate e di trattare nettamente meglio i nostri pazienti. In cosa siamo peggiorati? Io direi che adesso la nostra specialità è diventata per alcuni versi troppo tecnologica, passiamo più tempo davanti ai computer e ai monitor, piuttosto che guardare e curare direttamente il paziente. Cioè io non vedo più i giovani usare il fonendoscopio e questo mi dispiace tantissimo. Per curare bene il paziente c’è proprio bisogno di avvicinarsi a lui di toccarlo, di visitarlo, di ascoltarlo. Sai quante cose vengono fuori raccogliendo una dettagliata anamnesi? Direi che questo aspetto sia necessariamente da recuperare.
Lei è stata ed ancora è una figura di rilievo all’interno di ANMCO, non a caso durante l’ultimo Congresso Nazionale di Rimini svoltosi a maggio 2026 le è stata consegnata la targa d’oro, il più alto riconoscimento scientifico e professionale: cosa ha imparato da ANMCO e quale crede sia stato il suo contributo principale all’Associazione?
Devo dire con estrema onestà che per me ANMCO non è solamente una società scientifica, personalmente per come la percepisco e la vivo è qualcosa davvero di diverso, è una comunità, non solo professionale, ma anche umana. E quindi tale la considero e da essa ho imparato tantissimo. La prima lezione è che non dobbiamo mai smettere di imparare. L’altro aspetto fondamentale è la possibilità di confrontarsi tra colleghi. Devo dire che avere questa possibilità mi ha donato molta più fiducia in me e nei progetti da perseguire con determinazione.
Quali qualità a suo avviso deve possere il cardiologo moderno che voglia occuparsi di terapia intensiva cardiologica?
Questo te lo dico per esperienza, sicuramente la competenza è importante, ma non basta, ci vuole una straordinaria capacità di sacrificio perché non è vero che ottieni tutto senza fare delle rinunce. Bisogna essere resilienti. E poi ricordiamoci che l’UTIC è un luogo dove le decisioni vanno prese rapidamente, assumendosi le responsabilità di esse. Non per ultimo, bisogna essere in grado di lavorare in team, che sembra facile a dirsi invece non è affatto facile farlo e quindi è una attitudine che va lavorata nel tempo.
Si parla spesso di leadership femminile, il numero delle colleghe donne è in continuo aumento ma quelle che riescono a raggiungere posizioni apicali o di rilievo ancora minoritario. Quale consiglio si sente di dare alle giovani cardiologhe per migliorare la loro leadership?
Allora prima una premessa: non ho mai pensato alla leadership come una questione di genere perché credo che sia esclusivamente una questione di valore, di competenza, di visione, di capacità di assumersi le responsabilità. Sicuramente noi donne dobbiamo credere di più in noi stesse e nelle nostre capacità, essere determinate. Se abbiamo un obiettivo cercare di perseguirlo con passione e generosità facendo sacrifici, ma in primis dobbiamo convincerci noi che i nostri obiettivi possono essere raggiunti. Poi come hai detto prima tu col passare degli anni, vedrai che la leadership sarà sempre di più al femminile, per forza di cose visti i numeri delle donne iscritte a medicina.
Prof.ssa ripercorrendo mentalmente la sua carriera ci sono delle figure professionali o extraprofessionali che vorrebbe ringraziare?
Sicuramente tutti i maestri che ho avuto, anche quelli che ho amato meno quando ero giovane, mi hanno dato qualcosa di loro. Sono persone che mi hanno fatto capire cosa significasse realmente essere medico. Tutto il mondo ANMCO, come ho detto prima, è stato veramente importante per la mia carriera. Ma forse il ringraziamento principale lo devo fare ai miei pazienti. Quello che sono, non solo come medico, ma anche come persona io credo di doverlo ai miei pazienti. Spesso mi piace proprio condividere con loro alcuni aspetti della vita. Stando vicino a loro senti il loro bisogni le loro fragilità e io mi sento davvero vicino a loro, soprattutto andando avanti con l’età. Quando un paziente si affida a noi generalmente nutre una grande speranza nel nostro operato, proprio per questo io cerco di condividere il più possibile con loro tutte le scelte cosa che prima facevo molto meno. Sicuramente la tecnologia ha portato molte innovazioni, però dobbiamo cercare assolutamente di non allontanarci dal nostro essere empatici con i pazienti perché diciamocelo forse è la parte più bella del nostro lavoro.
Prof.ssa l’ultima domanda: qual è l’insegnamento principale che ha appreso dai suoi pazienti?
Non arrendersi mai. In definitiva sono proprio i pazienti che ci insegnano come diventare dei bravi medici.♥

