Dalla prevenzione alla cura: la ricerca italiana guida la nuova era della cardio-oncologia integrata
Tra prevenzione, ricerca clinica e innovazione terapeutica, la cardio-oncologia italiana si conferma all’avanguardia nel costruire percorsi condivisi tra cuore e cancro, con risultati che rafforzano il ruolo del nostro Paese in Europa
Cardio-Oncologia nel 2025:
una disciplina in rapida espansione. Una nuova frontiera della medicina cardiovascolare.
Negli ultimi anni la cardio-oncologia è emersa come una delle aree più dinamiche e affascinanti della medicina cardiovascolare. L’efficacia crescente delle terapie antitumorali ha permesso a un numero sempre maggiore di pazienti di sopravvivere al cancro, trasformando molte neoplasie da malattie rapidamente letali a condizioni croniche e controllabili. Tuttavia, questo straordinario progresso ha portato con sé una nuova sfida: prevenire e gestire le complicanze cardiovascolari legate ai trattamenti oncologici, che possono compromettere sia la qualità della vita sia la continuità delle cure. La cardio-oncologia rappresenta, da questo punto di vista, la più autentica espressione della collaborazione interdisciplinare fra cardiologi, oncologi ed ematologi. Il suo obiettivo non è solo quello di trattare la cardiotossicità quando si manifesta, ma di prevenirla, garantendo al tempo stesso la prosecuzione delle terapie antitumorali. È un campo che integra conoscenze di fisiopatologia, imaging avanzato, biomarcatori e farmacologia per costruire percorsi realmente personalizzati per ogni paziente.
La cardio-oncologia rappresenta la massima espressione della collaborazione interdisciplinare tra cardiologi, oncologi ed ematologi
Un problema complesso e multifattoriale
Le manifestazioni cardiovascolari nei pazienti oncologici non dipendono unicamente dall’effetto cardiotossico diretto delle terapie. Il cancro stesso altera profondamente l’equilibrio fisiopatologico dell’organismo, generando un ambiente pro-infiammatorio, ossidativo e pro-trombotico che favorisce il danno miocardico e vascolare. Questa interazione bidirezionale tra neoplasia e cuore spiega perché il paziente oncologico sia intrinsecamente più vulnerabile a eventi cardiovascolari maggiori, e perché nel lungo termine la malattia cardiaca possa pesare sulla prognosi in modo analogo, o persino superiore, rispetto alla neoplasia di origine. In tale contesto, la valutazione cardiologica deve essere precoce, strutturata e integrata nel percorso di cura oncologico, per garantire una vera medicina di precisione.
Il contributo italiano: eccellenza e innovazione
La ricerca italiana si è distinta negli ultimi anni per visione, rigore scientifico e capacità di innovazione in ambito cardio-oncologico. Un ruolo di primo piano è svolto dal gruppo del dottor Nicola Maurea presso l’Istituto Nazionale Tumori di Napoli, che ha contribuito in modo determinante, attraverso studi preclinici e traslazionali, alla comprensione dei meccanismi di cardiotossicità e all’individuazione di strategie di cardioprotezione farmacologica. I loro lavori hanno dimostrato come farmaci di uso tradizionale in cardiologia – statine, PCSK9-inibitori, vericiguat e più recentemente gli SGLT2-inibitori – possano svolgere un ruolo protettivo anche nel contesto oncologico, contrastando l’infiammazione, lo stress ossidativo e la fibrosi miocardica.
Questi progetti testimoniano la forza e la credibilità della ricerca italiana, capace di coniugare rigore scientifico, innovazione terapeutica e visione multidisciplinare
La cardio-oncologia è oggi una delle aree più dinamiche della cardiologia moderna L’Italia si distingue per la qualità della ricerca e la collaborazione tra cardiologi, oncologi ed ematologi. Dagli studi TOSCA e PROTECT al registro europeo ABAC, il nostro Paese è protagonista nella prevenzione e gestione della cardiotossicità Un modello virtuoso di integrazione clinica e innovazione scientifica al servizio del paziente oncologico
A livello clinico, un contributo altrettanto rilevante arriva dal gruppo coordinato dalla dottoressa Maria Laura Canale, promotore dello studio TOSCA, che ha valutato per la prima volta la sicurezza e l’efficacia degli SGLT2-inibitori in pazienti con cancro attivo e scompenso cardiaco. Lo studio, multicentrico e osservazionale, ha arruolato 129 pazienti, prevalentemente con scompenso a frazione di eiezione ridotta di origine iatrogena, mostrando un miglioramento medio della LVEF dal 40% al 47% e un eccellente profilo di tollerabilità. In circa un decimo dei casi, l’introduzione del farmaco ha persino consentito la prosecuzione della terapia oncologica altrimenti sospesa per scompenso. Il razionale biologico di questi risultati è solido: gli SGLT2-inibitori, nati come antidiabetici, agiscono su meccanismi sistemici che riducono insulino-resistenza, infiammazione e rimodellamento miocardico, rendendoli candidati ideali per la prevenzione della cardiotossicità da antracicline e farmaci anti-HER2. Su queste basi è stato avviato PROTECT, primo studio clinico randomizzato italiano volto a valutare l’efficacia di dapagliflozin nel prevenire la cardiotossicità in pazienti con carcinoma mammario in stadio precoce, trattati con antracicline con o senza trastuzumab. Il trial prevede un follow-up di 18 mesi, con valutazione ecocardiografica avanzata e monitoraggio di biomarcatori cardiaci e infiammatori. Se confermerà i risultati preliminari, PROTECT potrebbe rappresentare un vero cambio di paradigma: il passaggio da una strategia reattiva a una prevenzione cardio-oncologica primaria. In parallelo, l’Italia è protagonista anche nello studio europeo ABAC, un registro multicentrico retrospettivo dedicato esclusivamente alla disfunzione da antracicline, una delle complicanze più onerose della cardio-oncologia moderna. Nato su impulso del team cardio-oncologico dell’Ospedale Niguarda di Milano, il registro mira a fenotipizzare i pazienti che sviluppano scompenso per individuare precocemente il rischio di aritmie ventricolari minacciose e costruire percorsi di gestione personalizzati. Questo approccio consentirà di passare da una visione puramente descrittiva della cardiotossicità a una medicina predittiva e stratificata per rischio.
Conclusioni
La cardio-oncologia italiana si conferma un laboratorio di idee e innovazione clinica. Dalla comprensione dei meccanismi molecolari del danno cardiaco alla sperimentazione di strategie preventive mirate, fino alla creazione di reti multicentriche di ricerca, il nostro Paese dimostra di possedere una solida cultura scientifica e una capacità unica di coniugare competenze diverse. In arriva dal gruppo coordinato dalla dottoressa Maria Laura Canale, promotore dello studio TOSCA, che ha valutato per la prima volta la sicurezza e l’efficacia degli SGLT2-inibitori in pazienti con cancro attivo e scompenso cardiaco. Lo studio, multicentrico e osservazionale, ha arruolato 129 pazienti, prevalentemente con scompenso a frazione di eiezione ridotta di origine iatrogena, mostrando un miglioramento medio della LVEF dal 40% al 47% e un eccellente profilo di tollerabilità. In circa un decimo dei casi, l’introduzione del farmaco ha persino consentito la prosecuzione della terapia oncologica altrimenti sospesa per scompenso. Il razionale biologico di questi risultati è solido: gli SGLT2-inibitori, nati come antidiabetici, agiscono su meccanismi sistemici che riducono insulino-resistenza, infiammazione e rimodellamento miocardico, rendendoli candidati ideali per la prevenzione della cardiotossicità da antracicline e farmaci anti-HER2. Su queste basi è stato avviato PROTECT, primo studio clinico randomizzato italiano volto a valutare l’efficacia di dapagliflozin nel prevenire la cardiotossicità in pazienti con carcinoma mammario in stadio precoce, trattati con antracicline con o senza trastuzumab. Il trial prevede un follow-up di 18 mesi, con valutazione ecocardiografica avanzata e monitoraggio di biomarcatori cardiaci e infiammatori. Se confermerà i risultati preliminari, PROTECT potrebbe rappresentare un vero cambio di paradigma: il passaggio da una strategia reattiva a una prevenzione cardio-oncologica primaria. In parallelo, l’Italia è protagonista anche nello studio europeo ABAC, un registro multicentrico retrospettivo dedicato esclusivamente alla disfunzione da antracicline, una delle complicanze più onerose della cardio-oncologia moderna. Nato su impulso del team cardio-oncologico dell’Ospedale Niguarda di Milano, il registro mira a fenotipizzare i pazienti che sviluppano scompenso per individuare precocemente il rischio di aritmie ventricolari minacciose e costruire percorsi di gestione personalizzati. Questo approccio consentirà di passare da una visione puramente descrittiva della cardiotossicità a una medicina predittiva e stratificata per rischio. un’epoca in cui la popolazione dei lungo-sopravviventi oncologici è in costante crescita, garantire la salute cardiovascolare rappresenta una sfida clinica e culturale, ma anche un dovere etico. La cardiologia italiana, con la sua rete di collaborazioni e il suo approccio multidisciplinare, si conferma protagonista di questa nuova frontiera della medicina moderna, dove cuore e cancro non sono più mondi separati, ma due dimensioni strettamente intrecciate della stessa storia di cura. ♥

