La prevenzione cardiovascolare nei pazienti  oncologici tra mito e realtà

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La prevenzione cardiovascolare nei pazienti oncologici tra mito e realtà

Come rispondere al meglio al bisogno di salute dei pazienti oncologici?

Fare prevenzione cardiovascolare, meglio se in un contesto di condivisione multidisciplinare dei percorsi assistenziali è uno degli obbiettivi primari della
Cardio-Oncologia

Negli ultimi venti anni abbiamo assistito in oncologia a una rivoluzione silenziosa ma straordinaria. Secondo dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, grazie a farmaci sempre più mirati, dalle terapie biologiche agli anticorpi monoclonali fino alla più recente immunoterapia, la sopravvivenza dei pazienti oncologici è quasi raddoppiata ed aumenta ogni anno di più. In Italia (dati AIRTUM 2024) si stima la presenza di oltre 6 milioni di residenti lungosopravviventi al cancro, la metà circa dei quali con una aspettativa di vita pari alla popolazione non oncologica. Ma a fianco di questa buona notizia ne emerge una meno rassicurante: la tossicità cardiovascolare delle terapie antineoplastiche. Infarti, insufficienza cardiaca, aritmie o ipertensione possono manifestarsi come effetti collaterali diretti dei farmaci, o come conseguenza indiretta di fattori preesistenti aggravati dal trattamento oncologico. Da qui nasce una domanda cruciale: è possibile fare prevenzione cardiovascolare nei pazienti oncologici o resta solo un mito? Questo è uno dei compiti principali del cardioncologo: evitare al paziente il peso di una “seconda malattia” quando la prima, più temibile, è stata sconfitta o controllata.

L’approccio corretto al paziente che deve essere sottoposto ad un trattamento antitumorale potenzialmente cardiotossico non è semplice né, purtroppo, scontato in diversi contesti assistenziali Conoscere il paziente e la sua malattia oncologica ci consente di ridurre il rischio connesso ai trattamenti antiblastici e garantisce la continuità delle cure

La prevenzione primaria: individuare i fattori di rischio
Il primo livello di prevenzione è apparentemente semplice: valutare il profilo cardiovascolare del paziente prima di iniziare le terapie. Pressione arteriosa, colesterolo, glicemia, storia familiare e stili di vita giocano un ruolo fondamentale. Eppure, nella pratica clinica, questo passaggio non è sempre sistematico. Un paziente con ipertensione o diabete non controllati, sottoposto a chemioterapia cardiotossica, corre un rischio molto più alto di sviluppare insufficienza cardiaca rispetto a chi parte da una condizione cardiovascolare “sana”. Agire tempestivamente, con farmaci antipertensivi, statine o modifiche dello stile di vita, può ridurre significativamente le complicanze future. Ma il peso che ogni singolo fattore di rischio cardiovascolare può avere sullo sviluppo di una cardiotossicità futura non è uguale in tutti i contesti terapeutici ma dipende molto anche dal “potenziale cardiotossico” del farmaco oncologico. In questo senso le Linee Guida di Cardio-Oncologia della Società Europea di Cardiologia (ESC) ci hanno semplificato molto il lavoro, standardizzando la stratificazione del rischio cardio-oncologico grazie anche all’introduzione di score di rischio specifici in taluni contesti terapeutici (HFA/ICOS). La prevenzione primaria quindi non è mito ma realtà tangibile, purché il paziente oncologico venga visto fin dall’inizio come un individuo “a doppio rischio”, oncologico e cardiovascolare.

La prevenzione secondaria: monitoraggio e diagnosi precoce
Il secondo pilastro della prevenzione riguarda il monitoraggio durante e dopo i trattamenti. Biomarcatori come troponina e BNP, ecocardiografia avanzata con strain longitudinale globale e, in casi selezionati, la risonanza magnetica cardiaca potrebbero consentire di individuare segni precoci di sofferenza cardiaca spesso quando i sintomi non sono ancora comparsi.

Tuttavia, al momento non vi è consenso unanime nel mondo scientifico circa la possibile applicazione di protocolli standardizzati di monitoraggio. L’evidenza scientifica suggerisce che iniziare precocemente una terapia cardioprotettiva, ad esempio con ACE-inibitori o betabloccanti, in pazienti con alterazioni subcliniche può evitare l’evoluzione verso lo scompenso cardiaco, ma anche in questo caso in letteratura sono presenti dati discordanti; mancano inoltre grandi trials randomizzati controllati e mancano protocolli condivisi: non tutti i centri oncologici dispongono delle stesse risorse e la frequenza dei controlli è variabile. Qui il confine tra mito e realtà si fa più sottile: la prevenzione funziona, ma non è ancora applicata in modo uniforme, mentre la prevenzione farmacologica primaria ancora non ha dimostrato chiaramente l’efficacia sperata.

Il primo livello di prevenzione è apparentemente semplice: valutare il profilo cardiovascolare del paziente prima di iniziare le terapie

La prevenzione terziaria: curare senza interrompere
Un altro aspetto riguarda la possibilità di gestire precocemente le complicanze per evitare di sospendere le cure oncologiche. È noto che l’interruzione di un trattamento efficace contro il tumore può compromettere le possibilità di guarigione. Un paziente che sviluppa cardiotossicità rischia quindi non solo un problema di salute in più, ma anche un calo delle chance oncologiche. Obiettivo primario è quindi quello di gestire al meglio le cardiotossicità al fine di evitare precoci e pericolosi dietrofront terapeutici: è questa la cosiddetta permissive cardiotoxicity. Le unità di cardioncologia, laddove presenti, hanno dimostrato che un approccio multidisciplinare riduce i casi di sospensione dei farmaci. La prevenzione in questo senso non si limita a “proteggere il cuore”, ma contribuisce indirettamente anche al successo delle cure contro il cancro.

Un paziente che sviluppa cardiotossicità rischia non solo un problema di salute in più, ma anche un calo delle chance oncologiche

Stili di vita: il grande alleato spesso dimenticato
Non va sottovalutata, infine, la prevenzione legata allo stile di vita. Alimentazione equilibrata, attività fisica adattata alle condizioni del paziente, controllo del peso e abolizione del fumo restano cardini insostituibili. Spesso, tuttavia, il percorso oncologico è talmente totalizzante da relegare queste raccomandazioni in secondo piano. Numerosi studi dimostrano che camminare regolarmente, seguire una dieta mediterranea e ridurre il consumo di alcol non solo abbassano il rischio cardiovascolare, ma migliorano la tolleranza ai trattamenti oncologici. La sfida culturale è far percepire queste scelte non come dettagli opzionali, ma come parte integrante della terapia.

Ma quindi… Mito o realtà?
Alla domanda iniziale si può rispondere con una formula prudente: la prevenzione cardiovascolare nei pazienti oncologici è una realtà scientifica, ma ancora un mito nella sua applicazione quotidiana. Le evidenze ci dicono che valutare precocemente i fattori di rischio, monitorare i pazienti con strumenti moderni e adottare terapie cardioprotettive precoci funziona. Ciò che manca è una diffusione capillare di protocolli condivisi e l’integrazione strutturale tra oncologi, cardiologi e medici di base. Il futuro della Cardioncologia, dunque, non passa solo attraverso nuove molecole o tecnologie, ma soprattutto attraverso la costruzione di reti assistenziali che rendano la prevenzione un diritto di ogni paziente oncologico, non un privilegio di pochi.♥

Parlare di prevenzione in Cardio - Oncologia significa agire durante tutto il percorso di cura oncologica per garantire che lo stesso prosegua senza interruzioni e soprattutto senza importanti conseguenze cardiologiche

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