Endocardite infettiva: come migliorare la gestione di una patologia in crescita e ad alta mortalità

HomeDalle Aree

Endocardite infettiva: come migliorare la gestione di una patologia in crescita e ad alta mortalità

Nuove prospettive nella gestione clinica di una patologia complessa e in aumento

Introduzione
L’endocardite infettiva rappresenta ancora oggi una delle patologie più complesse e gravate da elevata mortalità in ambito cardiovascolare. Nonostante i progressi della medicina moderna, gli outcome rimangono insoddisfacenti, con tassi di mortalità che non hanno mostrato il miglioramento osservato in altre condizioni cardiologiche.

I dati epidemiologici più recenti evidenziano un aumento dell’impatto globale della malattia: tra il 1990 e il 2021 la prevalenza è cresciuta di circa il 14% e l’incidenza di oltre il 30%, con un incremento anche degli anni di vita persi e vissuti con disabilità correlata.

[1] La mortalità intraospedaliera rimane compresa tra il 15 e il 25%, mentre quella a un anno può raggiungere il 30-40%, confermando l’endocardite come una rilevante emergenza cardiovascolare. [2,3] L’aumento dell’incidenza è legato a diversi fattori: invecchiamento della popolazione, maggiore diffusione di valvulopatie degenerative, protesi valvolari chirurgiche e transcatetere, dispositivi elettronici cardiaci impiantabili (CIED), procedure invasive e microrganismi multiresistenti. Anche il miglioramento delle tecniche diagnostiche ha favorito il riconoscimento di forme precedentemente non diagnosticate.[4] Questa evoluzione richiede nuovi modelli organizzativi basati su diagnosi tempestiva, corretta indicazione chirurgica, gestione multidisciplinare e sviluppo di reti cliniche dedicate.

Diagnosi precoce: il principale determinante prognostico
La diagnosi precoce rappresenta uno dei principali fattori modificabili in grado di influenzare la prognosi. Frequentemente il riconoscimento della malattia avviene dopo settimane di febbre persistente o sintomi aspecifici, talvolta solo dopo la comparsa di complicanze quali embolie sistemiche, insufficienza cardiaca, ascessi peri-valvolari o danno neurologico. Le Linee Guida ESC 2023 [5] raccomandano un elevato livello di sospetto clinico in presenza di: – febbre persistente di origine sconosciuta; – batteriemia sostenuta, soprattutto da Staphylococcus aureus; – protesi valvolari o dispositivi intracardiaci; – valvulopatie predisponenti; – nuovi soffi cardiaci; – eventi embolici inspiegati; – scompenso cardiaco associato a segni infettivi.

Particolare attenzione deve essere posta alle batteriemie da Staphylococcus aureus, frequentemente associate a forme aggressive e ad elevata mortalità. L’ecocardiografia rimane il pilastro diagnostico, ma l’approccio moderno richiede sempre più spesso un imaging multimodale comprendente TC cardiaca, PET/TC con 18F-FDG, SPECT/TC con leucociti marcati e risonanza magnetica per la ricerca delle complicanze emboliche. [6] L’integrazione di tali metodiche ha migliorato sensibilità e accuratezza diagnostica, soprattutto nelle endocarditi protesiche e associate a dispositivi. È quindi fondamentale promuovere la formazione non solo dei cardiologi, ma anche di medici di medicina generale, internisti, specialisti dell’emergenza, neurologi, nefrologi e infettivologi, spesso coinvolti nella prima valutazione del paziente.

Chirurgia precoce: superare l’attendismo
Un elemento decisivo nella gestione dell’endocardite è la corretta individuazione del momento chirurgico.

L’idea tradizionale di attendere la completa eradicazione dell’infezione prima dell’intervento non è più supportata dalle evidenze disponibili.[3,7,8] Le principali indicazioni chirurgiche comprendono: – insufficienza cardiaca dovuta a disfunzione valvolare; – infezione non controllata; – prevenzione degli eventi embolici; – ascessi, fistole o estensione perivalvolare; – endocardite protesica complicata.

Le Linee Guida ESC 2023 distinguono interventi emergenti, urgenti e non urgenti, fornendo indicazioni precise sui tempi di trattamento. [5] Nei pazienti appropriati il ritardo chirurgico è associato a maggiore mortalità e complicanze, soprattutto nelle infezioni da S. aureus, nelle endocarditi protesiche e nelle forme con vegetazioni voluminose. Anche nella gestione delle complicanze neurologiche l’approccio è cambiato: nei pazienti con ictus ischemico non complicato può essere possibile procedere precocemente alla chirurgia, evitando il peggioramento della malattia cardiaca.

Endocarditis team: dalla teoria alla pratica
Le Linee Guida ESC 2023 [5] hanno consolidato il ruolo dell’Endocarditis Team, sottolineando l’importanza della gestione multidisciplinare dei casi complessi all’interno degli Heart Valve Centres. L’endocardite richiede competenze integrate che nessun singolo specialista può garantire autonomamente. Il team dovrebbe comprendere cardiologo clinico, cardiologo esperto di imaging, infettivologo, cardiochirurgo e anestesista-rianimatore, con il coinvolgimento, quando necessario, di neurologi, microbiologi, neuroradiologi, nefrologi e specialisti di medicina nucleare. L’obiettivo è migliorare la qualità delle decisioni, ridurre i tempi diagnostico-terapeutici e garantire uniformità nella gestione. Studi osservazionali hanno evidenziato una riduzione della mortalità ospedaliera e un migliore utilizzo delle risorse nei pazienti gestiti da team dedicati. [9,10]

Rete interospedaliera: un modello necessario
La crescente complessità dei pazienti rende necessario superare il modello basato sul singolo ospedale. Le Linee Guida ESC identificano nella collaborazione tra centri spoke e hub una strategia fondamentale per migliorare gli outcome. [5] Gli ospedali periferici devono garantire riconoscimento precoce, avvio del percorso diagnostico, stabilizzazione clinica e rapido confronto multidisciplinare. I centri di riferimento devono invece offrire cardiochirurgia h24, imaging avanzato, microbiologia specializzata ed esperienza nella gestione delle complicanze più severe.

Percorsi condivisi e reti regionali dedicate possono ridurre i ritardi decisionali e favorire il trasferimento appropriato dei pazienti. In futuro potrebbe essere utile sviluppare centri altamente specializzati per la gestione delle forme più complesse, come endocarditi protesiche recidivanti, infezioni dei dispositivi intracardiaci e distruzioni peri-valvolari estese.

Prevenzione e follow-up
Un ulteriore margine di miglioramento riguarda la prevenzione, attraverso una corretta igiene orale, il controllo delle infezioni correlate alle procedure sanitarie, la gestione degli accessi vascolari e l’applicazione appropriata della profilassi antibiotica nei pazienti ad alto rischio. Il follow-up dopo la dimissione è altrettanto importante, poiché i pazienti sopravvissuti presentano un rischio aumentato di recidiva, insufficienza cardiaca, reintervento chirurgico e mortalità a lungo termine. Programmi strutturati di sorveglianza clinica ed ecocardiografica possono consentire l’identificazione precoce delle complicanze.

Conclusioni L’endocardite infettiva rimane una delle principali sfide della cardiologia contemporanea. L’aumento dell’incidenza, la complessità crescente dei pazienti e la persistente elevata mortalità richiedono un cambiamento organizzativo oltre che terapeutico.

Diagnosi precoce, imaging multimodale, valutazione chirurgica tempestiva ed Endocarditis Team rappresentano i pilastri della gestione moderna.

Parallelamente, reti interospedaliere integrate e centri specializzati possono contribuire a migliorare significativamente gli outcome. In una patologia in cui il tempo rappresenta un determinante prognostico essenziale, la vera sfida è integrare rapidamente competenze diverse all’interno di percorsi assistenziali condivisi, efficienti e fondati sulle migliori evidenze scientifiche♥

Bibliografia

1. Institute for Health Metrics and Evaluation. Global Burden of Disease 2021: Findings from the GBD 2021 Study. Seattle (WA): Institute for Health Metrics and Evaluation; 2024.

2. Cresti A, Chiavarelli M, Scalese M. Epidemiological and mortality trends in infective endocarditis, a 17-year population-based prospective study. Cardiovasc Diagn Ther. 2017;7(1):27-35.

3. Nielsen ST, Petersen JK, Hadji-Turdeghal K, Graversen PL, Smerup MH, Østergaard L, et al. Long-term mortality in patients who survive surgery for infective endocarditis versus the background population: a nationwide study. Open Heart. 2025;12:e003476. doi:10.1136/ openhrt-2025-003476.

4. Miao H, Zhang Y, Zhang Y, Zhang J. Update on the epidemiology, diagnosis, and management of infective endocarditis: a review. Trends Cardiovasc Med. 2024;34(8):499-506.

5. Delgado V, Ajmone Marsan N, de Waha S, Bonaros N, Brida M, Burri H, et al. 2023 ESC Guidelines for the management of endocarditis. Eur Heart J. 2023;44:3948-4042. doi:10.1093/eurheartj/ ehad193.

6. Habib G, Erba PA, Iung B, Donal E, Cosyns B, Laroche C, et al. Clinical presentation, aetiology and outcome of infective endocarditis. Results of the ESC-EORP EURO-ENDO (European infective endocarditis) registry: a prospective cohort study. Eur Heart J. 2019;40:3222-3232. doi:10.1093/ eurheartj/ehz620.

7. Imazio M. The 2023 new European guidelines on infective endocarditis: main novelties and implications for clinical practice. J Cardiovasc Med (Hagerstown). 2024;25:718-726. doi:10.2459/ JCM.0000000000001651.

8. Oliver L, Lepeule R, Moussafeur A, Fiore A, Lim P, Ternacle J. Early surgery in infective endocarditis: why should we wait? Arch Cardiovasc Dis. 2016;109:651-654. doi:10.1016/j.acvd.2016.10.002.

9. Béraud G, Ternacle J, Botelho-Nevers E, Selton- Suty C, Habib G. Endocarditis Team as a paradigm for multidisciplinary Heart Team. JACC Adv. 2023;2:100319. doi:10.1016/j.jacadv.2023.100319.

10. Wahadat AR, Tanis W, Galema TW, Swart LE, van Leeuwen WJ, Verkaik NJ, et al. The impact of the multidisciplinary Endocarditis Team on the management of infective endocarditis. Neth Heart J. 2023;31:29-35. doi:10.1007/s12471-022-01707-6.

Autori