Burnout in sanità: un altro sex-gender gap da arginare

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Burnout in sanità: un altro sex-gender gap da arginare

Lo stress in ambito lavorativo: se lo riconosci lo argini, se lo conosci lo previeni

Cosa si può fare perché al divario occupazionale e retributivo gender linked, non se ne aggiunga un altro, quello della salute mentale e del benessere psico-fisico

Burnout in sanità: un altro sex-gender gap da arginare
Il burnout è una forma di stress cronico, un vero e proprio esaurimento psicofisico legato al lavoro, che può avere conseguenze anche gravi sulla salute mentale e fisica. Secondo l’OMS il burnout è caratterizzato da tre dimensioni:
1) Esaurimento emotivo e fisico (sensazione di stanchezza profonda, mancanza di energie, difficoltà a recuperare anche dopo il riposo),
2) distanziamento mentale dal lavoro (atteggiamento negativo, distaccato o cinico verso il lavoro, i colleghi o i pazienti),
3) ridotta efficacia professionale (senso di inefficacia, bassa motivazione, scarsa realizzazione personale). Il burnout è particolarmente diffuso tra i professionisti della salute, come medici, infermieri e psicologi a causa di elevati carichi di lavoro, pressione decisionale, esposizione alla sofferenza altrui e carenza di supporto, per citarne alcuni. 

Figura 1 - Fattori determinanti per un burnout più elevato nelle donne medico (Icona creata da Bernd Lakenbrin del Noun Project)

I dati epidemiologici più recenti evidenziano che, negli Stati Uniti nel 2021, il 62,8% dei medici ha segnalato almeno una manifestazione di burnout, con aumento rispetto al 2017 di circa il 43,9%. Le donne risultano tra le più esposte a condizioni di stress cronico e burnout: quasi la metà delle donne (42%) dichiara di essere stressata sul lavoro, un dato in aumento rispetto al 2020 e decisamente superiore rispetto ai colleghi maschi. Già nel 2017, un’indagine condotta in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale evidenziava che in Italia, circa il 52% dei medici e il 45% degli infermieri soffrono di burnout, con una incidenza doppia tra le donne rispetto ai colleghi uomini. Il fenomeno ha, inoltre, delle importanti conseguenze: il burnout, compromettendo diverse funzioni cognitive e comportamentali essenziali per un lavoro sicuro in ambito sanitario, determina un aumento significativo degli errori sanitari. Le cause di questo trend incrementale all’interno delle professioni sanitarie sono molteplici, quali carico di lavoro e richieste lavorative, efficienza e risorse, controllo e flessibilità, cultura e valori organizzativi, supporto sociale e comunità sul lavoro, integrazione tra lavoro e vita privata e significato sul lavoro. Il carico emotivo, fisico e decisionale è spesso elevatissimo. Nelle donne la situazione aggravata dalla doppia pressione del ruolo clinico e delle aspettative sociali legate al genere. All’origine del maggior burnout nelle donne medico vi sono diversi fattori, tra cui la maggiore esposizione ad azioni discriminatorie e a barriere culturali che rendono la carriera delle donne più difficoltosa ed in alcune realtà geografiche con retribuzioni inferiori rispetto ai colleghi uomini di pari ruolo e competenze.

Il burnout tra le donne medico è il segnale evidente di un sistema che chiede molto e restituisce troppo poco Molti i fattori che ne condizionano l’insorgenza con diverse profilazioni tra i sessi Come poter risolvere e prevenire questo fenomeno che incide nella nostra pratica assistenziale quotidiana

Le donne risultano tra le più esposte a condizioni di stress cronico e burnout: quasi la metà delle donne (42%) dichiara di essere stressata sul lavoro

L’età più giovane è associata a tassi più elevati di burnout e l’età media delle donne medico è inferiore a quella degli uomini. Nel caso delle donne madri o caregiver nella famiglia d’origine le difficoltà si moltiplicano: turni notturni, reperibilità, gestione di situazioni cliniche critiche, spesso senza un adeguato supporto strutturale o organizzativo. In aggiunta, la sottorappresentazione nei ruoli apicali e nei board scientifici riduce la possibilità di portare un cambiamento dall’interno. Secondo gli ultimi dati questo sarebbe stato il prezzo richiesto per portare la produttività anche sanitaria ai massimi livelli (McKinsey “The State of Burnout for Women in the Workplace”). Essendo il burnout un problema causato da eccessive richieste lavorative e da risorse e supporto inadeguati, cerchiamo di declinare entrambe le componenti ed identificarne differenze gender-linked. Il carico di lavoro si riferisce alla quantità o al tempo di lavoro previsto, mentre le richieste lavorative comprendono le componenti fisiche, cognitive ed emotive impiegate. Le donne medico devono affrontare un carico di lavoro più elevato e maggiori richieste lavorative rispetto ai loro colleghi uomini. Le donne medico dedicano in media il 10% di tempo in più per paziente durante le visite di persona. Inoltre, le donne medico dedicano più tempo alla cartella clinica elettronica (EHR) rispetto agli uomini, incluso il tempo dopo l’orario di lavoro. Sulla base dei dati che mostrano una correlazione tra burnout e orario di lavoro, non sorprende che queste ore extra incidano sul benessere. Le donne medico, soprattutto in posizioni senior, svolgono spesso anche ruoli di “office housekeeping”, come li ha definiti il rapporto Women in the Workplace 2021. Si occupano cioè del supporto emotivo del team, della gestione di problematiche interne, della comunicazione empatica con pazienti e familiari: tutte attività fondamentali, ma spesso invisibili e non riconosciute. Le senior leader hanno il 60% di probabilità in più rispetto ai colleghi maschi di dedicarsi a queste attività relazionali, usando doti come resilienza, empatia, adattabilità, condivisione, che sono sempre più riconosciute come strategiche per i futuri leader, anche in sanità, ma che rimangono attività usuranti e sottovalutate che si traducono solo in un ulteriore carico lavorativo. I pazienti comunicano di più con le donne medico durante le visite e le donne medico dedicano il 15,7% di tempo in più a un paziente nell’assistenza diretta. Modelli simili possono essere osservati in recenti studi sulla cartella clinica elettronica (EHR). I pazienti sono più propensi a rivolgersi alle donne medico per nome piuttosto che per titolo professionale. I pazienti inviano circa il 25% in più di messaggi elettronici alle donne medico di base. Tuttavia, è importante notare che l’aumento del livello di comunicazione paziente-medico con le donne medico può avere benefici per i pazienti. Durante le visite mediche, le donne medico sono più propense a porre domande psicosociali, a fornire consulenza psicosociale e a dialogare con le persone emotivamente coinvolte; inoltre, i pazienti si aspettano un comportamento più empatico dalle donne medico. Questa propensione porta sì a un senso di gratificazione, ma anche a un maggiore impiego di risorse. Le donne medico hanno tassi di promozione accademica inferiori nonostante una produttività accademica simile. In una recente ampia meta-analisi di 218 studi, che includeva 24 specialità in 16 paesi, gli uomini avevano 2,8 volte più probabilità di diventare professori ordinari rispetto alle donne, anche dopo aver aggiustato i dati per esperienza, produttività accademica e specializzazione. 

Il gradino rotto e la cultura da cambiare “Perché vi sia un cambiamento concreto le organizzazioni dovrebbero regolarmente misurare con indicatori quantitativi l’efficacia delle proprie iniziative”

Il burnout in ambito sanitario è un tema di grande attualità e rilevanza, soprattutto alla luce delle crescenti pressioni sui professionisti della salute Questo fenomeno colpisce in modo diverso uomini e donne, a causa di fattori biologici, psicologici, culturali e organizzativi

Mentre le donne rappresentano oltre il 67% della forza lavoro sanitaria, la presenza nei ruoli apicali è limitatissima: solo il 19,2% dei primari sono donne e appena il 10% dei presidenti degli Ordini professionali provinciali è di sesso femminile. Ovviamente questo non può non tradursi in un sentimento di scarsa realizzazione del sé e di scarsa gratificazione. Questo è ciò che McKinsey definisce the broken rung of advancement (il “gradino rotto dell’avanzamento”): il blocco nell’accesso ai ruoli di coordinamento e leadership per il perpetuarsi di modelli di carriera poco inclusivi, che non valorizzano competenze e stili di leadership più collaborativi e sostenibili. Inoltre, le donne nel settore sanitario subiscono anche due terzi delle aggressioni rivolte al personale, spesso legate alla messa in discussione del proprio ruolo di medico e alla presunzione di inferiorità della propria competenza, aggravando il loro carico emotivo e fisico; il 30% delle donne ha riferito di aver subito molestie sessuali sul lavoro rispetto al 4% degli uomini; un terzo delle madri medico ha dichiarato di aver subito discriminazioni legate al proprio ruolo di madre, principalmente legate alla gravidanza o al congedo di maternità. La presenza della sindrome dell’impostore può anche influire sul senso di comunità e compromettere l’autostima. Le studentesse di medicina hanno il doppio delle probabilità di segnalare la sindrome dell’impostore rispetto ai loro colleghi uomini. 

Cosa possiamo fare (davvero)?
Cosa si può fare
perché al divario occupazionale e retributivo non se ne aggiunga un altro, quello della salute mentale e del benessere psico-fisico. In Italia il quadro normativo di tutela della salute e sicurezza sul lavoro, oltre a riconoscere il rischio da stress correlato al lavoro, promuove il riconoscimento delle differenze di genere. In particolare il quadro legislativo, espresso nell’art. 6 dal D. Lgs. 81/08 fino alle integrazioni successive, indica chiaramente che la Commissione consultiva permanente è incaricata a promuovere la considerazione della differenza di genere nella valutazione dei rischi e nella predisposizione delle misure di prevenzione sul lavoro. Tuttavia, l’applicazione pratica di queste norme rimane spesso limitata o superficiale. Gli strumenti più avanzati, in particolare quelli messi a disposizione da INAIL, offrono un’opportunità concreta per tradurre la normativa in pratiche operative efficaci che proteggano in modo equo e specifico lavoratrici e lavoratori. Questi dati devono essere accompagnati da un cambiamento culturale, supportato da programmi formativi e azioni strutturate per eliminare gli unconscious bias che ancora oggi penalizzano le donne, anche in ambito medico. Molti autori indicano come soluzione quella di progettare consapevolmente le nuove modalità di lavoro, con un’attenzione particolare alle tematiche di genere. Il supporto alla pratica clinica, come la distribuzione del carico di lavoro, inclusi documenti, documentazione e triage tra i membri del team, è un fattore importante nella determinazione della quantità di lavoro che spetta al medico. “L’attenzione generale verso la parità di genere continua a crescere e le organizzazioni in Italia stanno rafforzando il proprio impegno in questo ambito, anche se resta ancora molta strada da fare, soprattutto per assicurare opportunità di carriera eque e consentire a sempre più donne di ricoprire ruoli apicali”. Tra le iniziative concrete in ambito aziendale e sanitario:

  • Stabilire target chiari per l’assunzione e la promozione delle donne, anche nelle specialità più competitive come la cardiologia; avviare programmi di mentorship e sponsorship interni agli ospedali e alle società scientifiche.
  • Garantire flessibilità negli orari e nelle modalità di lavoro, inclusa la tutela per chi ha responsabilità di cura.
  • Introdurre indicatori specifici (KPI) nei sistemi di valutazione, legati al benessere del personale e alla parità di genere. 

Conclusione
Il burnout tra le donne medico è il segnale evidente di un sistema che chiede molto e restituisce troppo poco. Valorizzare la leadership femminile, migliorare le condizioni di lavoro e garantire benessere psico-fisico non è solo un tema etico, ma anche di efficienza e sostenibilità del sistema sanitario. Perché senza donne medico sane, motivate e supportate, non esiste medicina di qualità. Servono strategie differenziate e sensibili al genere. È fondamentale rimuovere lo stigma legato al benessere psicologico. Le istituzioni sanitarie devono creare ambienti di lavoro più sani, equi e sostenibili. Il “gradino rotto” si ripara con una evoluzione culturale e con organizzazioni che dovrebbero regolarmente misurare con indicatori quantitativi l’efficacia delle proprie iniziative. ♥

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